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Benedetto Croce e le sue radici abruzzesi
Testi a cura di Vittoriano Esposito  maggiori info autore
ll rapporto con la nostra regione va al di la del dato puramente anagrafico e viene costantemente ribadito con "orgoglio" esaltando della nostra gente la volontà ferma, la persistenza, la resistenza di fronte alle difficoltà della vita. 

Palazzo Sipari dove nacque Benedetto Croce

Di fronte alla multiforme e complessa eredita culturale lasciataci da Benedetto Croce, possiamo ben dire, a mo di premessa giustificativa, che la ricerca delle sue radici sia una questioncina secondaria, se si vuole, ma non di poco conto. Noi crediamo che, in questo come in altri casi analoghi, anche i più piccoli tasselli, se messi al posto giusto, contribuiscano a ricomporre il complicato mosaico di una personalità, la cui grandezza si misura dall'insieme della figura, senza dubbio, ma può trasparire anche da singoli particolari. Lo stesso Croce, in fondo, pur immerso nelle intricate problematiche dello spirito, non ha disdegnato di cimentarsi su tematiche di minore rilevanza, dimostrando cosi che anche le piccole cose sono degne di estrema considerazione. Si pensi ad esempio, alle monografie che egli ha voluto dedicare ai "due paeselli d'Abruzzo" che si portava nel cuore, Montenerodomo e Pescasseroli, pubblicate in opuscolo e poi aggiunte in appendice ad una delle sue opere maggiori, la Storia del regno di Napoli (1925). 
  
Le due monografie, piccole cose ripetiamo rispetto alla sua produzione complessiva, davvero monumentale per vastità e profondità, vengono solitamente citate non solo come modelli di ricerca storica del genere municipale o provinciale, ma anche, e diremmo soprattutto, perché sono di per s'e una indiscutibile testimonianza d'amore per la propria terra d'origine e contengono, pertanto, le motivazioni interiori che ci consentono di risalire alle sue radici abruzzesi. La monografia su Montenerodomo s'intitola esattamente Storia di un comune e di due famiglie. Dedicandola al cugino Vincenzo Croce, l'autore dichiara di voler cosi assolvere ad "un vecchio debito", assunto in cuor suo da gran tempo, fin da quando venne "ripensando ai comuni ricordi, alle immagini dei nostri maggiori e alla terra da cui prendiamo origine".
  
Ricostruita meticolosamente la storia, avviandosi alla conclusione lascia intendere chiaramente di aver soddisfatto un suo antico desiderio col risalire, lungo tutto l'albero genealogico, ai suoi antenati e, ancor piu, d'essersi impegnato a " ritrovare nel fondo del suo essere qualcosa che lo ricongiungesse a loro, una regola, un istinto, una passione, un palpito", 
ma riusciva ad ottenere soltanto "una consapevolezza debole, intermittente e sfuggevole, laddove ritrovava prontamente quando lo congiunge, con tanta molteplicità di legami e con tanta prepotenza, al vivo presente". Di qui, nel profondo dell'anima sua, un senso di smarrito stupore, che sarà bene cogliere dalle sue stesse parole: "E pensavo non senza malinconia (cosi mi pareva a volte di essere straniero e diverso), che forse l'uomo, piuttosto che figlio della sua gente, 'e figlio della vita universale, che si attua di volta in volta in modo nuovo; piuttosto che filius loci, 'e tilius temporis". Non voleva essere questo, ovviamente, un negare o rinnegare i rapporti con la propria terra e con la propria gente, ma piuttosto un riconoscere come preponderante il fattore temporale o epocale nella formazione dell'uomo. 
  
Una verità, questa, divenuta quasi assiomatica nella credenza comune, in considerazione della peculiarità sistenziale che la diversità delle ere storiche ha comportato e comporta nel cammino della civiltà. più varia e più ricca di argomentazioni appare la seconda monografia su Pescasseroli, dedicata ad un altro cugino, Erminio Sipari, del ramo materno. Ricostruita dapprima la storia del comune dal medioevo all'800 (l'età feudale, le signorie degli Avalos e i De Sangro, la fine della feudalità e l'avvento della nuova borghesia), il Croce poi si sofferma, in un lungo capitolo, su quelle che chiama le "memorie domestiche" e si abbandona a questa confessione:"...leggendo nei libri parrocchiali e nei registri dello Status animarum i nomi e le date (che riporta integralmente)...sento i documenti toccarmi ora come cose vive, vedo risorgere immagini e ricordi della mia fanciullezza". 
  
A quel punto, con particolare tenerezza rievoca la figura della nonna e della madre, con i loro racconti "di cacce avventurose, d'incontri con briganti, di terrori, di pericoli scampati". Le descrizioni dal sapore favolistico trovavano un terreno fertile nel suo animo, per via delle avide letture di "romanzi storici di costume medioevale e feudale e di imprese guerresche", fornitigli dalla madre, che in abbondanza ne leggeva per suo conto, "nelle sere di inverno accanto al fuoco". La perdita della nonna "in età ancor giovane" getto la famiglia in una cupa desolazione: delle quattro figlie, due presero il velo monacale, un'altra si ritiro in convento senza prendere i voti; solo l'ultima nata, Luisa, si sposo e sarà madre di Benedetto, Dei due Figli maschi, Francesco e Carmelo, il primo, sui venti anni, mentre studiava giurisprudenza a Napoli, pubblico un volumetto di poesie, de intonazione tardo-romantica, in cui "ricordava il suo paese, la casa, la madre, le sorelle, la libera vita per i campi e sulle montagne".
  
Rileggendo questi versi a distanza di molti anni, il Croce, divenuto ormai critico esigentissimo e dai più temuto, li ascrive ai "luoghi comuni della letteratura del tempo", ma attribuisce al "romantico adolescente" la capacità di riecheggiargli "con tanta fede e con tanta candidezza, che fanno bensi sorridere, ma non dispiacciono, e quasi quasi piacciono". Il giovane poeta, fattosi adulto, sarà sindaco di Pescasseroli e, nell'intento di illustrarne l'impegno amministrativo, il Croce ripassa dalla "memoria di famiglia alla storia civile", indugiando sulle condizioni dei contadini, sul fenomeno del brigantaggio, sulla prima emigrazione dell'Italia post-unitaria, sulla conversione al protestantesimo degli emigrati di Pescasseroli in America e sull'eco che se ne ebbe in una ode di un poeta popolare, ispirata al "contrasto di due comari, l'una delle quali ha il marito cattolico e l'altra evangelico, nell'occasione che il sindaco aveva ordinato di adibire la vecchia chiesa si Sant'Antonio a uso di scuola". 
  
Il poeta popolare si chiamava Cesidio Gentile e il Croce gli dedica un intero capitolo della monografia, intitolato Un pastore poeta. Dal profilo che ne traccia con particolare interesse, si comprende che il grande critico ne segui le vicende con sincera simpatia, dandone alcuni dettagli che gli parvero degni di attenzione, come questi: avviato al mestiere fin da ragazzo, apprese da s'e a leggere e a scrivere, fino a comporre per tutta la vita versi "in tutti i metri, di tutti i generi e su tutti gli argomenti, politici, morali, religiosi, satirici, burleschi, narrativi, epici, autobiografici. Uomo "onestissimo", lo chiamavano "Jurico", ossia "cerusico, perchè suo nonno era stato un pastore molto noto come medico di uomini e di animali"; sempre "travagliato dalla sfortuna", fu ben voluto da tutti che i suoi scritti passavano di famiglia in famiglia e perfino "per gli stazzi dei pastori" (l'autore di queste copie note ha potuto leggerne qualche copia degli originali, custodita ancora dai nipoti). 
  
Gli argomenti trattati da Jurico erano i più disparati, ma concernevano in particolare modo le "vicende municipali, morali e sociali" del paese e, soprattutto, la vita pastorale, descritta con stretta aderenza alla realtà, fatta spesso "di bufere e di geli e di disastri e d'incontri con lupi e orsi". Può sorprenderci il fatto che un critico di cosi alta levatura come Benedetto Croce, che era stato severo perfino con Dante e Leopardi e con Pascoli e d'Annunzio, si sia degnato di prestare ascolto ad un poeta pastore, che gli sembrava avesse "letto moltissimo" (addirittura Omero e Dante, Tasso e Ariosto), pur senza padroneggiare la lingua, tanto che scriveva "con fantastica ortografia, di pronuncia dialettale". 
  
A liberarci dalla sorpresa valga la confessione conclusiva dello stesso Croce: "E a me 'e piaciuto dare notizia particolare di questo poeta pastore che richiama alla memoria un altro dello stesso mestiere, nato tre secoli fa poco lungi da Pescasseroli, Benedetto di Virgilio di Villetta Barrea, pastore e bifolco dei padri gesuiti, e compositore di poemi sui loro santi, perché i suoi versi serbano una forte impronta paesana, e anche perché offrono un esempio del come si formano le storie, le leggende, i contrasti diffusi tra il popolo, per opera di semiletterati, che fan quasi da mediatori tra la letteratura colta e i sentimenti e concetti popolari". Il capitolo finale della monografia riguarda il "presente" di Pescasseroli, cioè i primi anni del '900, nel corso dei quali le condizioni del paese sono divenute "prospere per noti benefici arrecati dall'emigrazione, e poi anche per l'elevamento dei lavoratori agricoli" come pure dei pastori, la cui attività 'e rimasta la principale della popolazione.
 
(Testi tratti dalla rivista Regione Abruzzo)
 

 


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