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Conclusione
E in ozio stupido la Morte non trovò Croce a Palazzo Filomarino la mattina del 20 novembre dello scorso anno, alle ore 10,50.
 
Per quanto da qualche settimana fosse affetto da un catarro bronchiale che i medici curanti giudicavano senza ottimismo, aveva continuato fino all'ultimo il suo lavoro, che, beninteso, non era più quello, intensissimo come negli anni giovanili, di due anni addietro. Ma la sua giornata era ancora piena e senza soste: non v'era lettera di amici o di lettori che lasciasse senza risposta; non v'era libro recente che non sfogliasse. Dettava piccole recensoni o pensieri alla figliuola Alda, che gli fu fino all'ultimo la più vicina, diretta e impareggiabile collaboratrice. Non si staccava da lei nemmeno per breve tempo, specie negli ultimi mesi, che furono per Lui pieni di presentimenti, una solenne quanto dissimulata preparazione al trapasso. Talvolta accennava alla decadenza fisica di cui era lucidamente consapevole, giudicandola, tra le proteste di familiari ed amici, fatale e perfino necessaria anche se dolorosa; talaltra si abbandonava ai ricordi lieti o tristi della sua vita, indulgiandovi per brevi istanti, senza fretta ma con supremo distacco. Soltanto quando, nel leggergli la prima puntata delle mie note, dovetti ricordargli la tragica notte del terremoto di Casamicciola, il suo cuore sanguinò senza ritegni: “Solo per questo”disse “desidero la morte, perché allora finirò di ricordarmi di quella notte”.
  
Ma perfino in quei giorni che tutto lasciava e nessuno di noi voleva credere gli ultimi della sua vita mortale, Egli di rado s'innalzava ai pensieri formalmente solenni, quelli destinati a passare alle biografie dei discepoli. La grandezza dei suoi ultimi giorni fu nella loro semplicità: insomma nel suo sforzo, pienamente riuscito, di trasformarli in giorni come tutti gli altri, di normale lavoro. Ancora e sempre sorrideva e dal torpore che lentamente il male andava addensando su di Lui si ridestava sovente con l'arguzia o con il ricordo erudito. Una delle ultime volte parlò dell'amore di Carducci per la Vivanti: il ricordo gli era stato suscitato da un cimelio carducciano proprio allora inviatogli dal compianto critico letterario Pietro Pancrazi, spentosi poche settimane dopo Croce. Con un certo gusto non privo d'ironia s'impegnò a dimostrare che in quella celebre amicizia ottocentesca la poesia era stata più forte dell'amore. Era un'affettuosa, quanto bonariamente ironica, difesa del suo primo Maestro di polemica letteraria; ma era anche uno dei tanti modi di vivere antirettoricamente la vita fino all'estrema condizione di questa.
 
Poi fu il trapasso. E mai la parola venne più opportunamente adoperata, perché davvero Egli morendo ricominciò a vivere, lasciandoci ci riprese per mano e l'ombra di Lui divenne più luminosa del corpo lungo il non interrotto cammino. Ormai l'impossibilità in cui ci trovammo, i primi giorni dopo la sua scomparsa, di crederla reale, trova la sua ragion d'essere in questa presenza continua della sua opera in noi, come in chiunque creda nella perennità dei supremi valori teoretici e morali. La morte, affrontata da Croce con serena coerenza, e in certo senso come l'ultimo atto polemico della sua vita di cristiano senza dogmi, è stata insomma il suo più alto insegnamento: anche il dolore e lo stupore del distacco erano un momento della sua immortalità e la dura condizione della sua gloria.
 
 (Testi tratti dal sito www.filosofia.unina.it - Dipartimento di Filosofia "A. Aliotta" )
 

 
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