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Dal 1922 al 1952

“Non mi veniva lontanamente nel pensiero che l'Italia potesse farsi togliere dalle mani la libertà che le era costata tanti sforzi e tanto sangue e si teneva dalla mia generazione un acquisto per sempre”. Questa lapidaria confessione, scritta da Croce nel 1950, spiega a sufficienza il suo atteggiamento iniziale nei confronti del fascismo non ancora diventato dittatura. Forse un giorno gli storici finiranno col concludere che il fascismo poté affermarsi principalmente perché il mondo politico liberale e democratico non lo prese troppo sul serio: Giolitti e i suoi seguaci, tra cui Croce, erano sicuri che la pratica parlamentare avrebbe finito col trasformare le velleità totalitarie del fascismo, così come era avvenuto nei primi decennii del secolo per il socialismo non massimalista. “Ma l'inverosimile - sono ancora parole del Croce - l'inverosimile accadde e il fascismo, anziché essere un fatto transitorio, gettò radici e rassodò il suo dominio”.
 
Sicché il Croce nella seconda metà del 1924, e soprattutto dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, passò apertamente all'opposizione. In quell'anno usciva la Storia del Regno di Napoli, primo esemplare di una nuova e rivoluzionaria concezione storiografica crociana, la storia etico politica, sorta di grande esame di coscienza che l'umanità compie di se stessa ogni qualvolta un bisogno pratico e morale la solleciti a rivivere il passato. Era in fondo, come non pare sia stato ancora osservato, un arricchimento e completamento della dottrina meramente teoretica formulata da lui nel lontano 1912 con la memoria Storia, cronaca e false storie, quella cioè della contemporaneità di ogni storia. La dittatura fascista, come vedremo, avrebbe fornito a Croce più di uno stimolo pratico per la sua produzione storiografica del primo dopoguerra, che è grandiosa. Intanto, avendo un gruppo di intellettuali fascisti pubblicato un manifesto redatto da Giovanni Gentile, il Croce, tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1925, per invito di Giovanni Amendola, scrisse e pubblicò il famoso manifesto degli intellettuali antifascisti, che non solo ebbe l'adesione della maggior parte degli scrittori e studiosi italiani (non pochi dei quali, poi, cambiarono idea) ma una diffusione e una risonanza che all'altro erano mancate. 
  
E' un documento nel quale le colpe e le contraddizioni insanabili della dittatura incipiente vengono messe a nudo con una lucidità, un vigore e insieme una moderazione di linguaggio tali da farlo rileggere oggi come una pagina storica e profetica insieme, piuttosto che polemica. Fu quella l'ultima voce libera che il Paese potesse liberamente ascoltare, e fu insieme il segno anche esteriore del distacco di Croce dal suo maggior collaboratore della “Critica”, il Gentile. Veramente il contrasto col Gentile sul piano teoretico era di vecchia data e si può addirittura far rimontare al 1912, quando indirettamente Croce prese posizione in un suo saggio contro la prima formulazione dell'attualismo; era poi continuato con polemiche più aperte nel 1917 e divenne pieno e definitivo quando Gentile, che nel 1922 era divenuto ministro della Pubblica Istruzione, passò ufficialmente al fascismo, di cui fu poi un dottrinario. Già nell'ottobre 1924 si era riunito a congresso a Livorno il partito liberale italiano, che si era fatto sostenitore di un ripristino delle libertà statutarie, e Croce vi aveva aderito tra i primi con Luigi Albertini e altre massime personalità politiche. 
  
Nel giugno rispondeva con una lettera, nel tono moderata come sempre ma di sottile ironia, al capo del governo, che aveva poco innanzi, al congresso fascista, dichiarato di ignorare le sue opere; il 28 giugno concludeva con parole degne di Guglielmo il Taciturno un discorso al Consiglio nazionale del partito liberale, dicendo: “Noi non dobbiamo almanaccare sui risultati della lotta e sulle probabilità della prossima vittoria, ma mantenere il nostro posto e combattere”. La posizione di Croce divenne chiarissima: si recò a tutte le sedute del Senato, per votare contro le leggi che sopprimevano la libertà di associazione e di stampa, contro quelle che istituivano il tribunale speciale e la pena di morte, contro la cosiddetta riforma elettorale predisposta pei plebisciti del 1929 e 1934. 
  
Ce n'era abbastanza per essere iscritto d'ufficio nel libro nero di chi non era disposto a rinunziare alle proprie capacità logiche e alle proprie convinzioni morali: il 1¡ novembre 1926 “poco dopo i fatti di Bologna” la sua casa venne invasa di notte da un gruppo di fascisti e devastata. Per fortuna e anche per il fermissimo contegno dei familiari, l'incursione non toccò, come prevedeva il piano d'attacco, la biblioteca. L'indignazione, presso coloro a cui la notizia poté giungere, fu enorme: non pari tuttavia alla possibilità di manifestarla. Giustino Fortunato, rifiutandosi il Croce di fare dei passi politici, scrisse allora, per protestare, al presidente del Senato Tittoni, ma ne ebbe una deprimente risposta, in cui si accennava al fatto che la polizia non era riuscita a impedire quello che in tempi normali sarebbe stato perseguibile, quanto meno, come reato di violazione di domicilio. Diciotto anni dopo, nel 1944, infatti l'istruttoria venne aperta, ma Croce rifiutò di costituirsi parte civile nel processo.
 
 

La dottrina della Libertà.

Era aperta la gara a chi più oltraggiasse quello che amabilmente si usava definire il “cadavere della libertà”. E Croce, ferito nei suoi ideali di uomo dell'altro secolo che tuttavia li sentiva più forti e operanti malgrado tutto, dedicò metodicamente tutto se stesso a risuscitare quel cadavere e cioè a elaborare quel che nel gran secolo romantico del liberalismo pratico era mancato: una piena, sistematica, filosofica dottrina della libertà.
 
Quella Dea Libertà, di cui egli un giorno non ancora lontano aveva criticato con durezza le alcinesche seduzioni di stile illuministico, gli appariva ora veramente immortale e invincibile come madre della storia e garanzia dell'umanità: e se ne faceva, come ben fu detto, più che filosofo, campione, a lei sciogliendo un inno non peribile con le sue maggiori opere storiche. E nacquero da questa profonda esigenza morale, via via, nel 1927 la Storia d'Italia dal 1871 al 1915 e la Storia d'Europa nel secolo decimo nono che è del '32: l'una, rivalutazione storica di quella che la pubblicistica del nazionalfascismo osava spregiare come l’”Italietta” post risorgimentale e che invece egli descriveva nella sua difficile e seria realtà morale e politica di compimento, conservazione e accrescimento del travaglio liberale unitario; l'altra, mirabile e patetico e aereo itinerario sul gran paesaggio dell'età liberale in Europa, nella quale si sintetizzava ed esaltava quanto di meglio abbia prodotto l'umana civiltà, fino al sanguinoso epilogo della grande guerra e allo scatenamento dei totalitarismi di sinistra e di destra. 
  
E frattanto proseguiva i suoi giovanili studi sul Seicento, ampliandoli e compiendoli nella sintesi grandiosa della Storia dell'età barocca in Italia. Da questo libro la poesia, la scienza, l'arte figurativa, la filosofia di quel periodo traevano luce nuova, di cui qualsiasi studio successivo non avrebbe potuto privarsi sotto pena di non aver significato alcuno. E sempre, in occasione dei suoi viaggi all'estero, che per fortuna non gli vennero vietati, incontrava gli esuli, con cui aveva in comune speranze e ideali ma non sempre metodi di lotta e giammai le illusioni, levandosi piuttosto in alto come leader della cultura mondiale nelle famose conferenze oxoniensi Difesa della poesia e Antistoricismo. Quest'ultima, del 1930, è una specie di manifesto mondiale degli ideali umani, affermati in drammatica polemica contro i totalitarismi.

Più frequentemente a Parigi s'incontrò con Nitti e Sforza, le due maggiori personalità liberali costrette all'esilio, a Londra con don Sturzo; e ancora a Parigi vari esponenti dei partiti politici fuorusciti vennero per lunghi anni a rendergli omaggio come al capo morale della libertà italiana. Di questa una sorta di tempio laico era frattanto divenuta la sua casa di via Trinità Maggiore, da cui purtroppo non solo i profani vennero allontanati (o si allontanarono) dalle minacce, dal sospetto o dalla paura. Col famoso discorso in Senato del 24 maggio 1929, nel quale annunciò, tra clamorose interruzioni, il suo voto contrario al disegno di legge sul Concordato (che non derivava, precisò, da ostilità all'idea della conciliazione, ma unicamente dai modi come si pensava di attuarla), si poteva considerare conclusa la sua opera attiva di uomo politico. Per aver preso una così netta e coraggiosa posizione venne accusato di essere un “imboscato della storia”: inelegante e stolta definizione, che gli procurò una serie di animose adesioni, in primo luogo quella di un gruppo di studenti dell'Università di Torino, capeggiati dal noto dantista Umberto Cosmo e in seguito inviati al confino di polizia. Una valorosa insegnante, Barbara Allason, fu cacciata dall'insegnamento per avergli scritto in tale occasione una lettera privata, che venne naturalmente aperta, in omaggio al rispetto che presso tutti i popoli civili gode il segreto epistolare.
 
 

Casa Croce.

Porto tranquillo senza queste amarezze, che sono l'inevitabile retaggio dei governi arbitrari, gli rimase, dicevamo, la casa, allietata intanto dalla nascita di una quarta figliuola, Silvia, e frequentata da pochi ed eletti amici. Le vicende politiche avevano interrotto anche un'antica consuetudine di casa Croce, sin dal tempo di via Atri, quella del salotto letterario, che si riuniva ogni sera dalle cinque alle otto ed era frequentato dalle maggiori personalità della cultura napoletana, e talora italiana ed europea, da Torraca a Di Giacomo, da Vittorio Pica a Giuseppe Ceci, ad Alessandro Casati, a Carlo Vossler, a Fausto Nicolini, Francesco Flora, Gino Doria, Riccardo Ricciardi, fino ai più giovani Alfredo Parente ed Eugenio Della Valle e ad altri che inevitabilmente si dimenticano.
  
Senonché ora, nel chiuso e dolente dopoguerra, il salotto di Croce, i cui frequentatori un tempo stavano troppo stretti perfino in due ampie stanze, si assottigliò a un ristretto cenacolo di amanti della libertà e fedeli amici che per lunghi anni, come cantò uno di essi, il compianto Achille Geremicca, ebbero talora la sensazione di essere “poca e vana cenere disseminata al vento”. Ma in verità se questa poteva essere l'apparenza, dovuta alle contingenze politiche, la realtà era ben altra. Perché nel campo sterminato del suo lavoro di studioso Benedetto Croce avrebbe potuto ringraziare il fascismo, se fosse stato tempo di socratiche ironie, non per la libertà che non gli tolse ma che piuttosto egli seppe usurpare continuando con inflessibile puntualità la pubblicazione ogni due mesi della “Critica”; sebbene dell'opportunità che gli dava di resistergli sul piano culturale e filosofico, profondandosi con vichiana malinconia e pur con tizianesca gioia creatrice nei suoi studi diletti. Giacché Croce resisté, contrapponendo all'attivismo e alla dittatura, l'attività metodica e persuasiva del libero e spregiudicato discorrere in saettanti “Postille”, in maliziose “Notizie ed Osservazioni”, in saggi e articoli nei quali la formidabile erudizione si disposava alla fluidità pubblicistica del dettato. Era proprio ciò che alla lunga finiva per affascinare, miracolo dei miracoli, anche quelli che la dittatura avrebbe voluto iscrivere come suoi figli allo stato civile della storia, vogliam dire i giovani.
  
E quel nome di Croce, che la vecchia guardia fascista avrebbe voluto o sperato che i giovani ignorassero, cominciò presto a rimbalzare, già venerato e sempre rispettato anche da chi ostinatamente se ne riteneva avversario, nei più accesi dibattiti dei Littoriali della Cultura. Anche quelli per cui il fascismo aveva preparato con la violenza un mondo immobile e indiscutibile, cominciarono a discutere e a pensare crocianamente che il mondo ha bisogno di decisioni e di dolori per esser costruito.
  
In questo senso i reazionari di ieri e quelli più recenti hanno ragione di accusare Croce della stessa colpa che Anito, Meleto e Licone imputarono a Socrate nel 399 avanti Cristo: di corrompere i giovani. Ed è assolutamente esatto che egli per un ventennio corrose, dalle pagine della “Critica”, la patina di conformismo e di fideismo irrazionale che la dittatura andava stendendo, coi mille mezzi a sua disposizione, sulle menti giovanili. In questo senso Croce fu per il fascismo una battaglia perduta, se non altro per quell'idea del carattere provvisorio di ogni dittatura ed eterno della libertà, che riuscì a instillare nelle menti anche di coloro che più credevano di potersi sottrarre al contagio del vero.

In questi anni Croce scrisse quasi completamente da solo la sua rivista. Gli fu tuttavia valido collaboratore, dal 1929, un ex discepolo del Gentile, staccatosi poi per ragioni politiche dal maestro, Adolfo Omodeo, su cui le dottrine crociane ebbero un influsso singolarmente benefico nella seconda e maggiore parte della sua attività, insigne e compianta, di studioso. Talora scrisse articoli o recensioni per la “Critica” un'altra nobile figura di studioso, Guido De Ruggiero, nel quale però le premesse teoretiche attualistiche contrastarono sempre, pei lettori competenti, col suo esemplare atteggiamento politico. La rivista fiancheggiava e più spesso promoveva, intanto, l'attività della casa editrice Laterza, che si andava sempre più allargando e arricchendo di nuove iniziative: a diecine si contano in questo periodo i volumi pubblicati in tutte le collezioni a cura o per consiglio del Croce. 
  
Del quale sarebbe superfluo dire che continuava la produzione bibliografica in tutti i campi, sterminati, di sua competenza, tanto che non ci resta tempo per procedere a un elenco sia pure sommario delle sue voci. Ricorderemo, tuttavia, il libro del '34 su Poesia popolare e poesia d'arte, quello del '35 di Ultimi saggi, la nuova sistemazione estetica del '36 contenuta nel volume intitolato La Poesia e soprattutto la più alta delle sue meditazioni sul metodo storiografico, La Storia come pensiero e come azione, che è del 1938. E' questo forse il libro più polemico che Croce abbia scritto, polemico nella concezione teoretica, che distrugge la storiografia cosiddetta senza problema, cioè senza interessi politici profondi, alla Ranke e alla Burckhardt; polemico nella forma saggistica e brillante della stesura; polemico soprattutto nella nuova impostazione dei problemi dello Stato e della potenza, che si conclude in un inno alla libertà del pensiero e dell'azione, da cui si genera perpetuamente la storia pensata e vissuta.
 
 


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