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Dal 1903 al 1922
Quando, nel novembre del 1900, come abbiamo accennato, il Croce dovette accettare l'incarico di amministratore delle Scuole elementari e medie del Comune di Napoli, retto allora da un regio commissario mentre la rappresentanza comunale era sotto processo e perciò era stata sciolta, per sei lunghi mesi le giornate gli divennero assai dure. Abituato a prendere sul serio qualsiasi cosa facesse, specie se rivolta alla pubblica utilità, il filosofo (come sappiamo, la pubblicazione dei lavori sulla storia e l'Estetica gli davano già pieno diritto a questo titolo) prese a trascorrere l'intera giornata in ufficio, dalle otto di mattina alle otto di sera. 
  
Era una attività tormentosa, in particolar modo per chi soleva già praticare nel suo lavoro letterario la massima del nulla dies sine linea. Del resto il Croce stesso confessava di non essersi mai sottratto ai pubblici doveri, ma di non averne mai sollecitato l'onorevole onere, perché nell'adempimento di essi non ha mai sentito, quantunque sempre li abbia adempiuti con scrupolo, quella soddisfazione che nasce dal fare qualcosa con la piena adesione dell'anima. È questa una costante dello spirito crociano, di cui avremo modo di ricordarci fruttuosamente in seguito.
  
Fortissime invece egli sentiva altre voci, di cui la più alta e, si direbbe socraticamente, quella del Dèmone fu appunto l'idea di fondare e scrivere una sua rivista, La Critica. Ne stabilì inizialmente un programma, al quale tenne integralmente fede e che si risolvette in sempre nuovo lavoro verso sempre più ampi ed arditi orizzonti: quelli stessi della sua opera di filosofo, storico e letterato. Tutti i suoi libri infatti nasceranno come saggi o articoli, di cui i lettori della “Critica” si abitueranno a gustare la primizia e, non paghi, a rimeditare in volume la stesura definitiva. 
  
E il programma iniziale della rivista fu l'illustrazione della vita intellettuale italiana degli ultimi cinquant'anni, di cui Croce trattò la storia della letteratura e il Gentile quella della filosofia. Croce non nascose in seguito di avere sul principio scelta la forma del saggio monografico con l'intenzione di unificare poi le singole trattazioni in una storia letteraria nel senso tradizionale della parola: e nemmeno che, specie nei primi di quegli scritti, andati a costituire, via via, i sei volumi della Letteratura della nuova Italia, egli si prefiggesse il compito precipuo di andare esemplificando la sua recente e già celebre dottrina estetica. 
  
Ma in verità, lo stesso svolgimento del suo sistema, e cioè la forza della logica, gli impedì sempre di trovare un concetto che non fosse provvisorio o classificatorio, per unificare o ricucire in fittizia unità i suoi saggi monografici: la vera storia, letteraria come politica, resterà sempre, nel suo pensiero, monografica e individualizzante; un Parnaso raffaellesco, una galleria di quadri lungo la quale egli guiderà i ben disposti a intendere il bello mai un sommario, più o meno ampio, ma sempre astratto e manchevole. E col maturarsi dell'esperienza critica e umana i suoi saggi letterari si andranno a poco a poco liberando anche della preoccupazione estrinseca di esemplificare il metodo, che diverrà puro e lìnceo, mobile sguardo senza occhiali né paraocchi.
 
 

Direttore della “Critica”.
  
Stampò la “Critica” a sue spese, presso un bravissimo tipografo pugliese, il Vecchi di Trani, a cui impose, inizialmente, una tiratura assai limitata. Ma il successo della rivista, distribuita in pochi esemplari dallo stesso stampatore, fu grande e rapido. Non basta dire che esso fosse dovuto alla importanza e novità delle dottrine di Croce: v'è infatti un Croce direttore della sua rivista, che non è meno notevole del filosofo e dello scrittore. V'è l'uomo di buon senso e di onesta coscienza, che sceglie o elimina i collaboratori, fa uscire con puntualità presto diventata proverbiale i fascicoli il 20 di tutti i mesi dispari, alterna gli argomenti, evita le sproporzioni, polemizza con dottrina di specialista e vivacità quasi giornalistica, recensisce libri tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, oltre naturalmente agli italiani, non appena vengono posti sul mercato. 
  
I lettori sanno che di nessun libro, positivamente o negativamente, importante la “Critica” tacerà il suo giudizio, che sarà netto e preciso, senza lodi generiche o biasimi meno che documentati. In una parola, Croce seppe con rapidità fulminea conquistarsi la fiducia dei lettori, che non erano, si badi, soltanto professori o eruditi, ma in genere persone colte o amanti della cultura, in mezzo a cui questa, per la prima volta dopo l'unità, faceva in Italia il suo ingresso senza provincialismi né accademie, libera e indipendente e disinteressata come era stata nel miglior Settecento in Inghilterra.
  
Bersaglio preferito della rivista fu la pseudocultura accademica e cattedratica, i cui rappresentanti temevano in maniera indicibile i giudizi di Croce, uomo non legato, per sua fortuna ma anche per virtù propria, a nessun interesse che non fosse teoretico. Tra gli innumerevoli esempi che di ciò si potrebbero scegliere dalle pagine della rivista, ricorderemo la recensione del Croce alla Psicologia dell'allora rettore dell'Ateneo napoletano, Filippo Masci. Fu una stroncatura cortese ma tremenda: il Masci ne fu colpito come da una catastrofe imprevedibile: si chiuse in casa per alcuni giorni, durante i quali accadde che alla moglie, mentre passeggiava nella Villa comunale, venisse strappato un orecchino da un ladro col classico sistema napoletano dello “scippo”: e a un amico, che gli domandava notizie della signora, l'inconsolabile professore rispose: “Ma che "scippo" e "scippo" (questa parola napoletana significa "graffio"), il vero "scippo" l'ho io nel cuore!” alludendo chiaramente alla recensione della “Critica”.
  
Fino al 1910 Croce dimorò in via Atri 23, in un quartiere della vecchia Napoli dove aveva abitato il Filangieri e che il Goethe aveva visitato: questo indirizzo si può leggere nel frontespizio delle prime annate della rivista. E fu lì che nel 1904 andò a trovarlo Giovanni Laterza, un giovane tipografo di Bari, che voleva diventare editore e andava perciò in cerca di un autorevole consigliere. Venuto a Napoli, Laterza si era rivolto a varie personalità della cultura cittadina, da cui non aveva avuto che incoraggiamenti generici; e probabilmente non sarebbe andato da Croce se non si fosse recato, tra gli altri, dal prof. Pinto, docente di fisica nell'Università nonché segretario dell'Accademia Pontaniana e perciò buon conoscitore del filosofo e della sua attività, che lo indirizzò dal direttore della “Critica”.
 
 

L'incontro con Laterza.
   
L'incontro fu cordiale, perché Croce, a cui Laterza presentò il suo primo volume dato a stampa, la Psicologia sociale di Paolo Orano, rimase colpito assai favorevolmente, se non dal contenuto del libro, certo dalla perfezione tipografica con cui era composto.
  
E su due piedi propose al giovane tipografo la traduzione, completamente gratis, di un libro inglese, L'Italia d'oggi di Bolton King e Okey. Il lavoro sarebbe stato condotto a termine dal fratello di Croce, Alfonso. Laterza, senza esitare, accettò: e quel libro, salutato da generali consensi, segnò l'inizio delle fortune della sua casa editrice. L'estate successiva Laterza raggiunse Croce a Perugia, dove questi trascorreva le vacanze, e prenotò una camera d'albergo accanto a quella del suo impareggiabile consigliere. Lo scrittore e l'editore s'intesero a meraviglia, progettando insieme quelle che sarebbero state le maggiori imprese editoriali dell'ultimo cinquantennio e non soltanto in Italia. Quindi, via via, dal 1907, Croce cominciò a pubblicare tutte le sue opere presso Laterza, in un'apposita collezione, mentre affidava all'editore barese anche le cure di edizione e diffusione della “Critica”.
  
Fu insomma un incontro felice per tutti e due, giacché per uno scrittore, sia pure della forza e continuità di Croce, la sicurezza e la stabilità di un editore fedele e intelligente nel lasciarsi consigliare finiscono col diventare elementi non trascurabili della sua stessa produzione. Il primo libro da lui pubblicato presso il nuovo editore fu il celebre saggio su Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Giorgio Hegel, una delle sue opere più vive e vitali e ancor oggi insuperate: questo lavoro fu il frutto del suo primo e lungo incontro col grande filosofo di Stoccarda, di cui lesse tutte le opere e intorno al quale venne a conclusioni rivoluzionarie rispetto al pensiero del suo compagno di studi Gentile, che per primo lo aveva avvicinato alla lettura diretta di Hegel. Intanto elaborava nella stesura definitiva la Logica, che vide la luce nel 1909, e iniziava una monografia su Giambattista Vico, data alle stampe nel 1911. 
  
Da questo lavoro il pensiero del grande napoletano, di cui Croce si è sempre considerato ideale discepolo in misura maggiore che non rispetto allo Hegel, veniva illustrato ed esaltato in maniera coerente da chi non era soltanto un lucidissimo espositore, ma un filosofo che si era cimentato con la stessa problematica dell'autore della Scienza nuova. Vico era poco noto negli ambienti della cultura non solo italiana ma perfino tedesca, sicché l'impressione prodotta dal libro fu pari allo stimolo diretto che esso costituì per lo studio delle opere di quel grande, più citato che letto e più famoso che compreso. Qualcuno tentò, valendosi di ciò che aveva imparato dal libro crociano, d'improvvisare delle obbiezioni e perfino una diversa interpretazione del filosofo, ma Croce in una serie di noterelle sulla “Critica” ebbe facilmente ragione degli avversari, troppo a lui, e per troppi rispetti, inferiori.
 
 

Giovane senatore.
  
Nel 1910, ad appena quarantaquattro anni, ricevé, su proposta del ministro Sonnino, la nomina a senatore del Regno. Era ormai uno degli uomini di lettere più noti d'Italia e aveva già un posto eminente in Europa: fu Giustino Fortunato, il grande meridionalista, a suggerire al Sonnino la nomina a senatore di questo grande figlio del Mezzogiorno di Italia. I1 suo primo discorso alla Camera Alta, che allora era di nomina regia e vitalizia, e di cui egli era il più giovane rappresentante, fu una memorabile polemica contro l'istituzione della cattedra di filosofia della storia, che si voleva affidare a Guglielmo Ferrero. 
  
Da buon vichiano, Croce traeva le conseguenze a fil di logica dal suo sistema, che intanto si andava arricchendo della Filosofia della pratica, per negare consistenza teoretica a quella vecchia dottrina: la storia è unità dialettica di pensiero e azione, la filosofia non si può distaccare dalle situazioni di fatto, è essa stessa storiografia. La filosofia della storia, perciò, non è che un errore di logica o un modo di dire. Il Senato, in gran parte costituito da assidui lettori della “Critica”, appoggiò con convinzione l'eminente per quanto giovane collega.
  
Una delle ragioni più forti della rapida e talora immediata fortuna che ebbero sempre le dottrine crociane è nella loro origine intimamente polemica, che traspare spesso dalla stessa forma dell'esposizione. A quell'epoca Croce era celebre, oltre che per le sue mordaci Postille ed Osservazioni con cui nella “Critica” soleva replicare agli avversari, anche e soprattutto per aver messo a rumore il mondo universitario con una polemica memorabile a favore del suo amico e principale collaboratore Giovanni Gentile, ai cui danni era stata consumata un'ingiustizia tipicamente accademica, col negargli la cattedra napoletana di storia della filosofia, a cui egli aveva moralmente pieno diritto. Famoso restò il titolo stesso dell'opuscolo con cui Croce raccolse gli scritti dedicati all'argomento: Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana. 
  
Basterebbero solo i fatti esposti qui da noi per spiegare le ragioni dell'ostilità con cui il filosofo è stato sempre considerato nell'ambiente accademico: poi è avvenuto che l'influsso da lui esercitato su quelli che venti o quarant'anni fa erano studenti e poi divennero professori abbia, specie per ciò che si riferisce alla letteratura e alla storia, capovolto la situazione. Si è perfino visto qualche studioso di filosofia del diritto vincere la cattedra per questa disciplina presentando lavori che, d'accordo con Croce, ne negavano il fondamento teoretico.

Di quegli anni, che furono i primi del suo laticlavio, Croce ricorda, nel campo dell'attività politica, una seduta del Senato per le dichiarazioni di Giolitti presidente del Consiglio dopo la vittoriosa impresa di Libia, perfettamente preparata e condotta sul piano diplomatico e militare: il governo venne acclamato, ma Giolitti troncò netto la manifestazione di plauso con queste parole: “Ci siamo ricordati di ministri e capi militari, ma non dimentichiamo di rivolgere il nostro pensiero grato al Paese, alle migliaia di famiglie che hanno mandato i figli a morire per la patria tranquillamente”. Queste semplici ed alte parole commossero l'assemblea e furono forse le ultime che tutto il Paese ascoltasse senza dissensi da un responsabile e costituzionale capo del governo.
  
Perché la grande guerra si avvicinava a gran passi: e anche se alla fine splendidamente vittoriosa, fu dichiarata quando i dissenzienti erano, e rimasero, una forte minoranza. Croce, seguace della politica giolittiana, non fu tra gli interventisti: ma accettò la necessità della guerra con animo puro di cittadino e di patriota. Lo Stato liberale non ha l' abitudine di chiedere l'anima dei cittadini, ma solo, da parte della minoranza, l'accettazione della volontà della maggioranza legale. Infatti Croce poté, senza far torto alla sua coscienza di cittadino, intraprendere in quel periodo sulle pagine della “Critica” una delle sue più memorabili battaglie in difesa della cultura europea proprio mentre dappertutto i furibondi nazionalismi chiedevano a gran voce che gli scrittori dei vari Paesi dell'Intesa imitassero i tedeschi aggiungendo alla guerra delle armi quella della propaganda. Croce, a costo di sentirsi insultare come germanofilo, si rifiutò sempre di asservire la scienza a quelli che il volgo della mezza cultura designava come “interessi nazionali”: chi volesse di questo atteggiamento prove concrete può trovarne nel volume del Croce di pagine sulla guerra, ora ristampato col titolo L’Italia dal 1914 al 1918.
 
  

La grande guerra.
  
L'atteggiamento politico del Croce in questo periodo potrebbe definirsi quello di un conservatore illuminato, in cui gli ideali del Risorgimento, in nome dei quali la grande guerra fu combattuta dall'Italia liberale, trovano risonanze profonde, accanto a un forte senso dello Stato di origine spaventiana e hegeliana e insomma a un patriottismo inteso come valore assoluto. I tempi non lontani del totalitarismo provocheranno una crisi nel suo atteggiamento e allora l'attività politica avrà la prevalenza su quella teoretica, almeno per ciò che si riferisce al campo particolare di questi problemi. In fondo però, come vedremo, tutta l'opera crociana del primo dopoguerra sarà una teorizzazione del diritto del cittadino a ribellarsi alla tirannide.
 
Durante la guerra e nell'immediato dopoguerra aveva meditato e scritto alcuni capolavori critici come il Goethe, l'Ariosto, lo Shakespeare, il Corneille e aveva concluso il suo sistema provvisorio (così si compiacque subito di identificarne l'afflato storicistico) con il volume Teoria e storia della storiografia e andava pubblicando a puntate sulla rivista la Storia della storiografia italiana nel secolo XIX, uscita poi in volume nel 1921. In quello stesso anno celebrò, il sesto centenario dantesco col volume La poesia di Dante, che rivoluzionò la critica tradizionale sul sommo poeta. A cavallo, per così dire, di questa formidabile produzione letteraria sta la seconda e maggiore parentesi politica della vita del Croce, e cioè la sua opera di ministro della P.I. nel gabinetto Giolitti, dal giugno 1920 al giugno 1921. 
  
Il vecchio parlamentare di Dronero, che egli non conosceva di persona, mandò a chiamarlo a Napoli durante la crisi di governo succeduta alle dimissioni di Nitti. Per Croce fu un fulmine a ciel sereno: la fine della guerra lo aveva ricondotto con maggior lena agli studi che pian piano stavano ridiventando più aperti e sereni man mano che le barriere dello odio tra i popoli, erette dalla lotta, venivano abbattute, mentre la vita familiare gli diveniva sempre più accogliente e calda di affetti nella bella casa patrizia di Palazzo Filomarino in via Trinità Maggiore 12, dove nel 1914 aveva sposato una signorina piemontese, Adele Rossi, ed erano nate le figliuole Elena, Alda e Lidia. Primo impulso di Croce, e comprensibile, fu quello di rifiutare: ma la stessa consorte, che bene indovinava nel proposito del marito un omaggio al suo affetto, insisté nobilmente dicendo: “Se il Paese ha bisogno di te, accetta”. Sicché quando Giolitti, a Roma, gli disse che compito del ministero che si accingeva a costituire era “tentar di salvare dalla rovina” e, aggiunse, “non so se vi riusciremo la nostra patria”, egli accettò, vincendo i suoi timori di non essere sufficientemente esperto della vita parlamentare e governativa.
 
 

Ministro con Giolitti.
 
E assolvette il compito con l'abituale precisione e scrupolo, rinunziando per lunghi mesi alla sua più diletta occupazione, gli studi (tuttavia la “Critica” continuò ad uscire puntualmente col molto materiale anticipato nei mesi precedenti), ed anche al piacere, che per lui fu sempre vivissimo, di dimorare a Napoli, giacché dové trasferirsi nella capitale, ospite di una sua cugina, in una casa nei pressi della stazione di Termini. È nota l'opera spiegata da Croce ministro: la preparazione del progetto per l'esame di Stato; il trasferimento della Biblioteca nazionale di Napoli dal Museo in un'ala della Reggia; la ripresa delle relazioni culturali con la Germania, a cui procurò che venissero restituiti gli istituti di cultura confiscati durante la guerra e tra essi la grande Stazione Zoologica di Napoli e la Biblioteca romana di Storia antica; il fermo atteggiamento durante gli scioperi degli statali nel maggiogiugno 1921.

Frequenti, come è naturale, furono in questo periodo gli incontri di Croce con re Vittorio Emanuele III, nelle mani del quale prestò giuramento subito dopo l'accettazione dell'incarico di ministro. Croce in quell'occasione avrebbe voluto ripartire per mettersi in abito da cerimonia, ma Giolitti gli disse che non era necessario.
 
Il re soleva parlare a lungo, e con interesse, col filosofo, di cui, con grande ma bonaria invidia dei colleghi, gustava straordinariamente gli aneddoti storici. Dal canto suo Giolitti non si stancava di ammirare, con una certa sorpresa, il buon senso di cui, in tutte le risoluzioni da prendere, dava prova il suo ministro della P.I., che di pari tributo di ammirazione lo avrebbe di lì a qualche anno ricambiato in sede di storia. Croce ebbe la ventura di partecipare a quel ministero che con il saggio ed abile trattato di Rapallo estese i confini del Regno e chiuse, con vantaggio per il Paese e per la giustizia, la questione adriatica, togliendo agli slavi ogni motivo di contrasti con l'Italia. Croce partecipò a tutte le riunioni dedicate dal Consiglio dei Ministri all'argomento e poté testimoniarmi che delle tre linee di confine predisposte dai nostri plenipotenziari, gli jugoslavi finirono con l'accettare quella segnata sulla carta come la più vantaggiosa per noi. Ma all'Italia, compiuta nei suoi confini naturali e nella sua unità politica, la saggezza risorgimentale degli uomini che l'avevano fatta stava per venire a fastidio. I tempi della volontà di potenza avevano fretta. La crisi del 1922 trovò Croce intento alla meditazione della storia del Regno di Napoli.
 
 (Testi tratti dal sito www.filosofia.unina.it - Dipartimento di Filosofia "A. Aliotta" )
 

 
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