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Dal 1866 al 1902

In un angolo della sua famosa biblioteca, ricca di circa ottantamila volumi, Benedetto Croce conservava in una piccola cornice il suo atto originale di nascita, nel quale si legge, scritto in bei caratteri antichi, che il 25 febbraio 1866 il signor Pasquale Croce si presentò al Municipio di Pescasseroli, circondario di Avezzano, per denunziare che sua moglie Luisa Sipari aveva dato alla luce un bambino a cui sarebbe stato imposto il nome di Benedetto. Originaria di tenaci agricoltori abruzzesi, i cui titoli di proprietà risalivano al secolo XVII, la famiglia Croce aveva raggiunto con Benedetto senior, nonno del filosofo, i più alti gradi della magistratura borbonica, diventando, nell'Ottocento, napoletana di adozione o meglio di elezione. 
  
I tre figli, una femmina e due maschi, di Pasquale Croce e Luisa Sipari vennero educati a Napoli: Benedetto, all'età di nove anni, venne iscritto nel Collegio della Carità, fondato da padre Ludovico da Casoria, e tenuto da religiosi. Questa decisione dei suoi genitori era conforme pienamente alle loro abitudini e al loro modo di pensare, nel quale la severa tradizione cattolica si univa a un ancor profondo rispetto per il troppo calunniato e buon re - così lo definivano - Ferdinando II di Borbone e a un convinto scetticismo nei confronti dei patrioti e dei liberali. Ma l'amore per la cultura era vivo in famiglia: la signora Luisa amava leggere storie e romanzi che il figlioletto, precocemente avido di sapere, a sua volta divorava. A nove anni il futuro principe della critica letteraria aveva già fatto il suo incontro con quella che, intorno al '75, poteva considerarsi letteratura del giorno, dal Cantù al Grossi al Guerrazzi. 
  
I Croce abitavano allora nell'antico palazzo del duca d'Andria, venduto dopo il 1860: dove Benedetto dimorò solo nei periodi estivi o di vacanza negli anni del collegio, che sorgeva a San Marcellino, nei pressi dell'Università vecchia.   
A questi anni si può far risalire il primo incontro, se così si può chiamarlo, di Croce con la filosofia. Una notte i collegiali furono svegliati e condotti in un camerone: si erano percepite delle scosse di terremoto e i prefetti ritennero prudente aspettare l'alba coi loro pupilli in stato d'allarme. Le ore trascorrevano lente e i ragazzi, non più impauriti ma assonnati, parlottavano discretamente tra loro e coi prefetti che il passato pericolo aveva reso loquaci. 
 
Di questi però uno aveva attratto singolarmente l'attenzione dei ragazzi, perché in mezzo a quella un po' caotica riunione notturna, non solo non proferiva verbo, ma leggeva, alla fioca luce d'una candela, e leggeva con rapimento estatico, senza nulla vedere né sentire attorno a sé. “Che legge?” domandò Croce a un compagno. “Un libro di filosofia” fu la risposta. “E che cos'è la filosofia?” insisté Croce. “Una cosa di cui nessuno capisce niente” soggiunse, convinto, il ragazzo. Non a caso, forse, il filosofo Croce riuscirà tanti anni dopo a rendere umana e comprensibile quella scienza che allora gli sembrava così misteriosa.
  
Nel Collegio della Carità, dove mieteva facili allori per la sua già eccezionale cultura e dove spesso venne premiato e si vide appuntare sul petto medaglie di merito dal famoso padre Luigi Tosti, anche se sovente rimproverato per il suo contegno troppo vivace, il Croce stette fino al quattordicesimo anno di età, quando venne iscritto al ginnasio superiore dello stesso Istituto, che frequentò da esterno. Fu approssimativamente in questo periodo che il Croce, fanciullo, come più tardi a lui stesso venne raccontato, s'incontrò fuggevolmente con Francesco de Sanctis, e cioè con uno dei pensatori che in seguito più fortemente dovevano influire sulla formazione del suo sistema filosofico. Il grande critico, al tramonto ormai della sua non lunga vita, abitava nello stesso palazzo dei Croce, al primo piano: e talora vedendo passare il bel fanciullo dagli occhi profondi e velati già di meditativa malinconia, lo avvicinava sfiorandogli affettuosamente il capo con una paterna carezza. A quel capo era affidato lo sviluppo coerente e sistematico, la fortuna stabile e critica del pensiero estetico di Francesco de Sanctis.



La tragedia di Casamicciola.

Da Palazzo Jorio i Croce si trasferirono alla Solitaria, sopra la Chiesa di San Francesco di Paola. Benedetto proseguì gli studi, frequentando il Liceo “Genovesi”, tuttora esistente, in Piazza del Gesù. Fu alunno bravo, ma non prodigioso. Tuttavia le tendenze letterarie già prevalevano in lui in maniera fuori del comune, alimentate dalla lettura degli scritti critici del Carducci e del de Sanctis e del Fanfulla della Domenica del Martini, giornale letterario singolarmente benefico agli studi italiani in quel periodo. Scriveva con stile disinvolto e secco, senza enfasi né retorica: critico, insomma, come stanno ad attestare i quattro componimenti di terza liceale da lui pubblicati nel 1882 nell'Opinione letteraria di Roma. 

Il suo professore d'italiano lo esortò, in quegli anni, a procurare un'edizione delle Stanze del Poliziano, ad uso scolastico: e l'edizione, fatta con molta cura critica, uscì con note e perfino col rifacimento di qualche verso troppo ardito, nel 1883. A sedici anni Croce prese la licenza liceale. L'esame di letteratura latina fu brillante: il vecchio professore Lanza rimase assai contento del suo discepolo, che gli citò un suo articolo filologico di cui egli stesso non serbava più memoria. Alla fine gli disse - e non era uomo facile alle lodi: “Tu sei un'anima d'artista!”. In verità, anima di scienziato astratto il giovanetto Croce non era: a tal punto, anzi, che decise di presentarsi nella sessione autunnale per la prova di matematica. Ed anche per questa, forse troppo coscienziosa, decisione si ebbe una pubblica lode dal professore della materia, che lo additò ad esempio di serietà ai condiscepoli.
  
Quell'anno 1883 era segnato dal destino per Croce. La madre, che soffriva di dolori articolari, soleva curarsi da qualche tempo ai fanghi di Casamicciola, la famosa località termale dell'isola d'Ischia: e quell'anno la signora Luisa insistette perché anche il marito e i figli Maria e Benedetto (il fratello minore Alfonso era in collegio) trascorressero la villeggiatura in quell'ameno luogo. E fu la tragedia: nel terremoto di quell'estate i genitori e l'unica sorella di Croce (fanciulla di rara bellezza) trovarono la morte e lui stesso restò un'intera notte sotto le macerie della casa distrutta. Dalla spaventosa avventura il giovanetto usciva gravemente ferito in più parti del corpo, ma soprattutto inguaribilmente piagato nell'anima.
  
La gamba destra si sanò da una frattura, ma dopo pochi mesi una caduta gliela ruppe di nuovo, lasciandogliela per sempre difettosa; e del dolore della famiglia distrutta, nemmeno dopo settant'anni Croce poteva dirsi guarito, se le lacrime gli tornavano ogni volta che il discorso cadesse sulla sua sciagura.
Lo stesso anno il giovanetto, unitamente al fratello Alfonso, si trasferì a Roma, in casa di Silvio Spaventa, l'insigne parlamentare della Destra, fratello del filosofo Bertrando e suo zio per parte di padre. Lo Spaventa abitava in via della Missione, accanto a Montecitorio: era uno degli uomini politici più autorevoli d'Italia. In casa sua si riuniva il mondo politico, intellettuale, giornalistico della capitale, così diverso e disorientante per il giovane Croce da quello tranquillo che aveva lasciato a Napoli; sicché tra lo stordimento lasciatogli nell'animo dalla sventura, la salute ancora malferma, i concetti ancora incerti sui fini e il significato dell'esistenza, le ansie proprie della prima giovinezza, egli conobbe presto quella condizione dell'animo che in seguito gli sarà sempre aliena: vogliam dire la disperazione. 
  
Furono gli anni in cui perfino l'idea del suicidio s'impossessò spesso di chi era, come Croce, destinato a sciogliere, è stato detto, un inno alla vita col suo sistema filosofico. Eppure, un certo, probabilmente salutare, conforto egli trovava fin da allora nel lavoro libero dello studioso, piuttosto che sentire interesse per il corso di giurisprudenza a cui si era frattanto iscritto. Si chiudeva nelle biblioteche, facendovi ricerche in vecchi libri su temi scelti da lui, non ancora padrone di quell'arte di studiare che pure imparerà da sé in modo inimitabile. Non lo attraevano i docenti universitari, dei quali uno, il ben noto Filomusi Guelfi, lo respinse addirittura bruscamente con professorale sussiego il giorno in cui la vis logica del singolare scolaro gli giocò un tiro mancino. 
  
Era avvenuto questo: il professore aveva proposto ai suoi scolari la trattazione del tema dei “diritti innati” in una conferenza di seminario e il Croce si dette a meditare e studiare l'argomento con lena e con metodo. Se non che, precocemente affetto dal male della logica con l'aggravante del buon senso, non tardò a concludere, semplicemente, che... i diritti innati non esistevano. E, in buona fede, si recò dal professore a comunicargli che la propria conferenza sarebbe giunta a tale conclusione. Inutile dire che il Filomusi Guelfi lo esonerò dal tenerla. Ma alcuni lustri più tardi nessun docente potrà esonerare Croce dal distruggere, in una celebre Memoria, la filosofia del diritto, riducendola a filosofia dell'economia.
 
(Testi tratti dal sito www.filosofia.unina.it
- Dipartimento di Filosofia "A. Aliotta" )
 

 


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